Il Consiglio dei Ministri n. 39 di ieri, 6 aprile 2020, in una Bozza di Decreto (da approvare in via definitiva) ha deliberato il differimento al 1° settembre 2021 dell’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza di cui al decreto legislativo 12 gennaio 2019, n. 14.

«1. Il presente decreto entra in vigore il 1 settembre 2021, salvo quanto previsto al comma 2»

Le considerazioni che hanno portato il Governo a questa decisioni si leggono nelle relazione illustrativa al decreto e si possono riassumere così:

  • la novità più rilevante del Codice, il sistema delle c.d. misure di allerta, è volta a provocare l’emersione anticipata della crisi delle imprese ma è stata concepita nell’ottica di un quadro economico stabile e caratterizzato da oscillazioni fisiologiche, all’interno del quale la preponderanza delle imprese non sia colpita dalla crisi e nel quale sia possibile conseguentemente concentrare gli strumenti predisposti dal codice sulle imprese che presentino criticità. In una situazione in cui l’intero tessuto economico mondiale risulta colpito da una gravissima forma di crisi gli indicatori non potrebbero svolgere alcun concreto ruolo selettivo, finendo di fatto per mancare quello che è il proprio obiettivo ed anzi generando effetti potenzialmente sfavorevoli.
  • la filosofia di fondo del Codice e cioè quella di operare nell’ottica di un quanto più ampio possibile salvataggio delle imprese e della loro continuità, adottando il fallimento come extrema ratio cui ricorrere in assenza di concrete alternative. Risulta tuttavia evidente che in un ambito economico in cui potrebbe maturare una crisi degli investimenti e, in generale, delle risorse necessarie per procedere a ristrutturazioni delle imprese, il Codice finirebbe per mancare incolpevolmente il proprio traguardo.
  • vi è scarsa compatibilità tra uno strumento giuridico nuovo ed una situazione di sofferenza economica nella quale gli operatori più che mai hanno necessità di percepire una stabilità a livello normativo, e di non soffrire le incertezze collegate ad una disciplina in molti punti inedita e necessitante di un approccio innovativo. Risulta, quindi, opportuno che l’attuale momento di incertezza economica venga affrontato con uno strumento comunque largamente sperimentato come la Legge Fallimentare, in modo da rassicurare tutti gli operatori circa la possibilità di ricorrere a strumenti e categorie su cui è maturata una consuetudine.

Di fatto si ammette che tutto il nuovo impianto normativo e procedurale per la gestione della crisi di impresa non è adatto a governare una crisi generalizzata e straordinaria, non ci sono risorse sufficienti per ristrutturare le imprese in crisi e, dulcis in fundu, non c’è alcuna certezza che i nuovi organi e meccanismi di gestione della crisi funzionino a dovere senza generare caos e confusione nel momento della concreta applicazione della norma.

Indicatori di Allerta

La decisione politica è dunque quella di mantenere, sul fronte della gestione della crisi di impresa, lo status quo in attesa di tempi migliori. Al contempo, nello stesso decreto vengono messe a disposizione delle imprese italiane una serie di garanzie statali sui prestiti bancari del valore di centinaia di miliardi. E vengono modificate delle norme sui bilanci, sulla ricapitalizzazione delle perdite e sul finanziamento soci per consentire agli amministratori di impresa di dichiarare formalmente la continuità aziendale e non sciogliere le società per perdite.

Il messaggio è chiaro. Ognun per sè. Le aziende che sono colpite dalla crisi in termini di importanti cali di fatturato e che intendono reagire possono indebitarsi con le banche con fondi garantiti dallo Stato, i soci possono finanziare le loro attività senza che i loro crediti siano postergati in caso di liquidazione e gli amministratori sono liberati dalla responsabilità di continuare a gestire aziende in disequilibrio finanziario per tutto il 2020.

Ma un anno passa in fretta e prima di prendere decisioni gestionali rilevanti come quelle di un rifinanziamento generale dell’attività, varrebbe la pena conoscere cosa accadrà al termine di questo periodo di moratoria normativa e finanziaria. In concreto, se i nuovi finanziamento bancari non dovessero sortire l’effetto di riposizionare l’azienda in modo competitivo sul mercato, cosa accadrà nel momento in cui non si possono restituire ? La banca che li ha concessi potrà rivalersi sullo stato (e quindi sulla collettività di tutti noi, a discapito del debito pubblico). Ma lo Stato in che modo si rivarrà sull’impresa ?

Anche gli stessi soci dovrebbero riflettere bene prima di concedere nuovi finanziamenti alle loro aziende. In scenari di mercato completamente diversi da quelli precedenti, cosa può fare pensare che un’iniezione di capitale sia in grado di risolvere il problema di fondo ?


Invece di prorogare i termini di introduzione della crisi di impresa, sarebbe stato opportuno anticipare gli obblighi di adozione degli indicatori di allerta (si badi bene, non degli strumenti di allerta) affinché ogni impresa debba misurare la proprie capacità finanziaria in ottica prospettica per i prossimi 6/12 mesi. Con l’uso degli indicatori di allerta che il CNDCEC ha proposto emerge immediatamente il livello di patrimonializzazione ante crisi, la capacità di generare flussi di cassa con la gestione operativa, le possibilità interne all’azienda di fare ricorso ad entrate finanziarie straordinarie e il sussistere delle condizioni qualitative di continuità aziendale (indicate dagli ISA 570).

Indicatori di Allerta

In assenza degli obblighi di segnalazione agli organismi di gestione della crisi (ad oggi inesistenti e dalla dubbia capacità risolutiva nel breve termine), l’adozione degli indici di allerta costituirebbe uno stress test a cui dovrebbero sottoporsi tutte le aziende.

Gli scenari che si potrebbero presentare sono ovviamente molteplici ma riconducibili a fattispecie generali facilmente individuabili. Ci saranno imprese operanti in settori in cui il perdurare delle norme sul distanziamento sociale avrà effetto solo per il periodo di chiusura forzata delle attività e che potranno contare su una effettiva ripresa degli ordini e della produzione al termine del lock up. Mentre in altri casi le norme sul distanziamento sociale avranno effetti più prolungati nel tempo (come ad esempio nel settore del turismo e dei viaggi) e comporteranno rischi di chiusura decisamente maggiori.

E’ di tutta evidenza che solo le imprese del primo tipo potranno avere dei benefici da nuovi finanziamenti che permettono di superare una temporanea mancanza di liquidità in un contesto di marginalità positiva e di persistente competitività dei prodotti e servizi.

Per queste imprese gli indicatori di allerta evidenzieranno un risultato insufficiente in alcuni mesi ma complessivamente vicino o di poco inferiore all’equilibrio finanziario. E ad esse potrà essere concretamente utile avere un accesso facilitato al credito bancario.

Ma per le imprese più fragili e più colpite dalla crisi, gli indicatori di allerta faranno emergere dei gap importanti tra le risorse finanziarie disponibili a tendere ed il fabbisogno a copertura delle esposizioni debitorie esistenti e maturate nel tempo. In questi casi le aperture di credito non sono certo la soluzione auspicabile, anzi per molti potrebbero costituire un ulteriore passo verso l’aggravarsi della crisi. Per questo servirebbero interventi di altra natura da parte del Governo, ma soprattutto servirebbe che ogni imprenditore ripensasse il proprio business per innovare l’offerta adeguandola alle mutate condizioni di mercato.

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